La storia dei Pupi Siciliani
L'opra dei Pupi è un aspetto della tradizione e della cultura siciliane ed è degnamente ricordata come un mezzo di esaltazione della rivolta del povero e della trasmissione di comportamenti spavaldi in difesa dell'onore. Storicamente l'Opera dei Pupi come rappresentazione degli scontri medievali tra i Cavalieri e i Mori nasce, nella forma in cui la conosciamo oggi, attorno alla seconda metà del 1800, quando le marionette cavalleresche dalle quali i Pupi derivano incontrarono il favore del pubblico ed iniziarono a rappresentare la sete di giustizia di una classe sociale.
La diffusione di tale forma espressiva, inoltre, fu agevolata dai "Cantàri", dai "Cantastorie" e dai "Contastorie", da ricordare per il merito di divulgare le avventure cavalleresche con il suo "Cuntu" (=racconto). In effetti, tali artisti eseguivano a puntate le varie avventure degli eroi cavallereschi, schema che poi sarà riprodotto dall'Opra, ed è provato che già a partire dall'inizio del 1800 il loro repertorio comprendeva anche "I Reali" e una "Storia di Orlando e Rinaldo".
Nell'Opera dei Pupi si ha la trasmissione di alti codici di comportamento dalle antiche origini che hanno interessato il popolo siciliano, codici come la cavalleria, il senso dell'onore, la lotta per la giustizia e la fede, gli intrecci amorosi e la brama di primeggiare. Tale forma teatrale, pur nella sua semplicità, ha permesso in un certo senso la divulgazione dell'epopea.
Tra le principali tematiche trattate dall'Opera occorre ricordare che quella prevalente è la trattazione di soggetti cavallereschi. Il Ciclo di Carlo Magno prevede una sua particolare suddivisione: "La storia di Ettore e dei suoi discendenti", "I Reali di Francia da Costantino a Carlo Magno", "Storia dei Paladini di Francia", "Guido Santo e i discendenti di Carlo Magno". Questo ciclo, insieme a "La storia dell'Imperatore Trabazio" e "Il Guerin Meschino", sono stati rappresentati in tutta la Sicilia.
Ci sono, inoltre, anche altre tematiche che hanno avuto uno sviluppo semplicemente locale, come le vicende di Uzeda. Catania è la patria di questo particolare Pupo nato dal genio dei due eccellenti artisti Don Raffaele Trombetta e Sebastiano Zappalà. I due si ispirarono a Don Giovanni Francesco Paceco duca di Uzeda, viceré di Sicilia verso la fine del 1600. L'eroe in questione si innamora della bella figlia del re, Galatea. Malauguratamente la fortuna non è dalla sua parte: per disgrazia egli uccide il proprio figlio Osvaldo e muore tra le braccia dell'amata.Molto spesso, inoltre, alcuni episodi dei cicli appena citati erano rappresentati come spettacoli unici da eseguire in una sola sera.
Un ulteriore tema presente nell'Opra siciliana è quello banditesco.Molto spesso, nelle storie narrate dai Pupi, compare il ladrone, il cattivo di turno destinato in origine ad attirarsi le antipatie del pubblico e di esser rappresentato come un personaggio sporco, dalla faccia poco aggraziata ed atto solamente alle azioni più spregevoli come rapinare i malcapitati viandanti che malauguratamente incappano nella sua strada. Dopo il 1860 la rappresentazione di tale personaggio cambia: Rinaldo, ad esempio, rappresenta il prototipo dell'uomo forte che ha il coraggio di opporsi allo schema sociale e politico costituito. In tal caso ed in un simile contesto il "bandito" assume il ruolo sociale di rivendicare giustizia.
Il Pupo trovò nell'isola terreno fertile grazie a delle celebri dinastie di Pupari. Il Puparo è l'artista-artigiano vero fulcro dell'Opra dei Pupi. Alle sue dipendenze lavorano almeno due aiutanti-apprendisti e richiede la collaborazione del fabbro-ferraio (per la realizzazione delle armature dei pupi), del pittore (per la realizzazione dell'indispensabile cartellone suddiviso in riquadri ed avente lo scopo di rappresentare gli avvenimenti principali dello spettacolo; il lavoro del pittore, inoltre, è indispensabile per decorare il teatro) e dello scrittore di dispense (dal suo lavoro il puparo trarrà i suoi copioni).
Molto spesso i componenti della famiglia aiutano il Puparo nello svolgimento del suo "mestiere", come avveniva spessissimo a Palermo negli anni passati.Il termine "mestiere" appena usato sta ad indicare l'insieme degli elementi (almeno un centinaio di pupi, attrezzature varie ed almeno una ottantina di teste di ricambio che, insieme ad alcuni accessori come le armi e capi di abbigliamento, arricchiscono notevolmente il teatro stesso) che vanno a costituire il teatro.
Ogni Puparo ha i suoi trucchi e tecniche sceniche ed il proprio repertorio spesso personalizzato del quale è molto geloso e che rivela ai suoi aiutanti, anche se appartenenti alla sua famiglia, il più tardi possibile, ma lavora sempre nel rispetto della ormai secolare tradizione.
Durante gli spettacoli il Puparo usa spesso un linguaggio letterario particolare arricchito da alcune frasi dialettali ed i suoi spettacoli sono arricchiti dalla musica originariamente data dai musicanti e successivamente da un organetto.
Esser un bravo Puparo non significa solo esser un bravo artigiano, ma anche esser un bravo attore visto che egli ha il compito di animare i Pupi e di dar loro la voce.
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