Shamrock Vip


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 | Oggetto: La maglia rossoblu Gio 24 Feb 2011 - 10:23 | |
| In principio, il rossoblu non esisteva. Si cominciò a intravvederlo nell’epico incontro fra la lava dei vulcani e le onde degli oceani, ma i cronisti del tempo avevano ancora la forma di alghe e di batteri unicellulari… troppo poco perché azzardassero un resoconto. Poi qualcuno inventò il fuoco e, ignaro, assegnò al rosso gli attributi a noi noti: calore, luce, passione, vita. Il blu invece, spinto da venti siderali, si fece freddo e intenso per accaparrarsi il cielo, che ancora avvolge il nostro divenire. Chi dice che il Genoa viene da lontano, non immagina quanto, ma rossoblu era la veste delle Madonne rinascimentali, e di rossoblu si accendevano le magiche vetrate delle cattedrali, che il gotico spingeva all’insù. Nella notte della genesi, i Padri Fondatori agirono per conto della Regina Vittoria che, in ossequio al nome, affidava al Genoa un imprinting nobile e vincente. Ebbene, nello stemma della sovrana regnava il rosso e il blu, e si dice che i colori della nostra maglia a quarti, scelti nel 1901, fossero il deferente omaggio alla sua dipartita. E così, da più di 100 anni avviene un fenomeno inspiegabile: chiunque indossi la casacca, si veste d’infinito e diventa il tramite di un’energia collettiva; e non importa che sia scarso, distratto o lavativo, magari anche indegno, perché i Genoani non adorano lui ma il suo involucro. Di tutto questo c’è la prova in un frammento che la storia del Grifo appunterà con una graffetta sulla propria copertina, affinché non vada perso. La notte del Cosenza, dentro quelle 11 maglie, poteva esserci chiunque: il magazziniere, l’autista della Freccia, il giardiniere del Pio, o meglio ancora i ragazzini che con la loro freschezza simboleggiavano la purezza di un sentimento. Siamo al solito bivio con la retorica, ma che si può fare? Forse non parlarne più? In quell’appuntamento senza precedenti, è stato come accendere un falò e accucciarsi intorno, per scaldarsi insieme, per darsi coraggio, per marcare il tempo, per vegliare la notte incombente… eppur stellata. Anche ciò che è accaduto domenica al Ferraris è uno di quegli eventi che la vita concede di rado, e l’averlo vissuto sembra quasi un risarcimento, parziale, per le inaudite sofferenze del passato. Improvvisamente, i giocatori non avevano più sulla schiena il loro nome, ma tutti portavano la scritta “Genoa”, sponsor unico di se stesso; nessuno era più bravo di un altro, nessuno giocava per sé, e nessuno ha accettato la pesante sconfitta senza reagire, anche se a Roma erano già tutti convinti che i polli fossimo noi. Gli 11 Cavalieri dell’Apocalisse, con le insegne rossoblu al vento, hanno ribaltato il cielo e scombussolato i piani del destino, così frettoloso da non accorgersi che stava per essere buggerato. Perfino la tecnica e la tattica, normalmente padrone del campo, sono state emarginate dallo spirito di Spensley, quello che ogni tanto infila gli scarpini e torna a farci visita, scavalca le gradinate e ricorda a tutti che l’orgoglio non è soggetto a plusvalenza: per una volta non ha vinto la bella giocata o il tocco di un campione, ma la voglia, la fiducia, la passione, il cuore, e quel decisivo raggio magnetico che già da 4 giorni gravitava sul Ferraris. Sì, la maglia! Quando le cose vanno male o si è inquieti per qualche disfatta, si usa dire… “solo per la maglia”, perché è lei il vertice della piramide, e in lei si riunificano tutte le diversità. La maglia associa, identifica, rappresenta, e non a caso in guerra è prevista la fucilazione per chi si fa sorprendere con addosso la divisa del nemico. Se poi la maglia è rossoblu, e per di più a quarti, non servono molti aggettivi per descriverla, basta dire semplicemente che è “bella”. Eppure si fa di tutto per limitarne il fascino, trasformando il simbolo in uno spot semovente: maglie contaminate da geroglifici commerciali, e quindi blasfemi; maglie devastate da fregi e sfregi, e perciò snaturate; maglie inquinate da numeri assurdi, antistorici, pescati a caso nella tombola del business. Tuttavia non può esistere un bambino che, nella sua “prima volta” al Ferraris, non sia rimasto abbagliato da quell’accostamento di colori, così dolci nel sussurrare auspici, così invadenti da catturare per sempre. E infatti, il giorno in cui mio padre ebbe la grande idea di portarmi allo stadio, mi regalò una seconda vita, quella dei cromosomi genoani con anticorpi a strisce. Avevo neppure 6 anni, e il ricordo è tenue anche perché, pover’uomo, scelse una partita da catalessi: uno 0-0 con il Padova di Rocco, e ho detto tutto. Rammento poche cose: la folla, gli urli, lo stupore quando qualcuno prendeva il pallone con le mani, e la battuta di un anonimo sui nomi dei giocatori che finivano per enne… Larsen, Pistrin e Gren da una parte, Blason, Zanon e Pison dall’altra. Per fortuna, la folgorazione ci fu all’inizio. Da un collo di bottiglia sotto la Sud qualcuno tolse il tappo, e come champagne i giocatori si sparpagliarono sulla tovaglia verde, alcuni in bianco ma gli altri… no. A quei tempi vigeva il dovere dell’ospitalità e ci fosse stato che so, il Bologna, avrei visto la seconda maglia del Genoa, quella che tutti accusavano di portare sfiga, perché anche la cabala ha le sue esigenze estetiche. E invece, nelle ignare rètine di quel bambino, rimase impresso il fotogramma di un film che ogni domenica si riavvolge (e qualche volta anche al mercoledì): fu come il primo bacio, il primo giorno di scuola, o forse il primo approccio tra i seni misteriosi dell’amore. In seguito il tempo ne pensò un’altra delle sue: trasferire il rossoblu dalle 11 maglie in campo alla Gradinata Nord, e la vestì di tutto punto con sciarpe, bandiere e striscioni… “bada bene di un colore solo”, quello. E poi camicie, maglioni, magliette, pantaloni, forse mutande, tutto funzionale a celebrare quell’unione cromatica che però, se esibita da altre squadre, non scatena alcun brivido, e questo dimostra come gli ingredienti da soli non bastino senza il soffio ancestrale della fede. L’apoteosi di quei colori ci fu in un pomeriggio di giugno, era il 1973. Il mossiere del calcio ci mandò il Lecco, una comparsa a cui era richiesta una sola classica battuta… “il pranzo è servito”, ma ebbe il privilegio di assistere a una festa di popolo: 55.000 Genoani che galleggiavano fra le onde delle bandiere, tutti insieme a spingere il Grifone in serie A… e l’ultimo chiuda la porta (anche se solo per un anno). Due immagini per i posteri: una enorme “A” che decolla verso il cielo, e le maglie del Genoa che corrono verso i Genoani, in un’osmosi rossoblu senza confini e senza contorni. E poi tutti in strada a rotolarsi per terra, ad accendere di colori la città grigia, a intasare De Ferrari con i vigili che davano multe a chi suonava il clacson! Il seguito è un film a episodi, con qualche spunto giallo, a volte noir, raramente rosa, ma sempre e comunque proiettato sul grande schermo rossoblu. Il Genoa insomma è il Posto delle Fragole di ciascuno, dove si nascondono i desideri più intimi e dove ogni tanto, fra i rovi, si va a sbirciare se esistono ancora… e magari puoi trovarci il diamante di un derby perfetto o lo smeraldo di un’avvincente rimonta. Per qualcuno può anche diventare il rifugio antiatomico che protegge dai disguidi della vita perché, a differenza di mogli e fidanzate, se il Genoa ti tradisce non te lo nasconde, ma puoi star certo che non ti abbandonerà mai. Per questo, dentro la maglia del Genoa potrebbe esserci un manichino della Rinascente, o perfino uno spaventapasseri, ma avrà sempre il potere di attrarre il Genoano che la contempla; anzi, in questa siccità di emozioni, coinvolti nelle sfilate di mugugni pret-a-porter, e alle prese con una stagione complicata dagli imprevisti, è proprio la maglia rossoblu a guidare gli smarriti e a ricomporre il lutto di varie vedovanze. Purtroppo, non sempre gli occasionali interpreti ne hanno saputo cogliere le vibrazioni, e parlo di allenatori, presidenti e giocatori, ma il punto fermo rimane questo: se per qualcuno può essere un costume di scena, per noi è l’identità. Ed è motivo di orgoglio che, in questo calcio sdrucito e regolato dal codice a barre, la maglia rossoblu sia ancora un sussulto dell’anima. fonte: Nemesis, da [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link] |
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