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     Wikileaks, il re è nudo

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    Leo
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    MessaggioOggetto: Wikileaks, il re è nudo   Ven 31 Dic 2010 - 12:44


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    La vicenda di Wikileaks e del disvelamento dei cablo diplomatici americani offre molti spunti per riflessioni che vanno oltre l’ovvio e si spingono molto più in là delle analisi fin qui offerte dalla maggior parte dei commentatori e dei media. L’accoglienza riservata alla massa d’informazioni diffuse da Wikileaks meriterebbe lunghe discussioni, perché a tratti la reazione di media e politici è sembrata ancora più importante dello stesso contenuto dei documenti riservati.

    Ufficialmente gli Stati Uniti hanno assunto una posizione contraddittoria, oscillando tra il “non c’è niente di nuovo nei cable” e “Quello di Wikileaks è terrorismo”. Delle due una, no? Ma gli Stati Uniti non sono certo nuovi a ipocrisie e contraddizioni evidenti e non deve stupire che l’unica cosa che si capisce di fronte a due affermazioni del genere è che Wikileaks ha ferito l’amministrazione americana, ben oltre la figuraccia insita nella “perdita” di una tale massa di materiali riservati.

    Il fatto che gli Stati Uniti minaccino Assange senza trovare un appiglio giuridico per muovergli guerra, è una dimostrazione indubbia che Wikileaks non ha messo in atto alcun comportamento illegale. Il fatto che gli Stati Uniti detengano – in condizioni che infrangono lo stesso diritto statunitense – il soldato Manning, ritenuto la fonte dell’ultima ondata di segreti, non fa che confermare la natura piratesca dell’amministrazione americana, che negli ultimi anni non ha avuto ritegno a far stracci del diritto nazionale ed internazionale per perseguire scopi inconfessabili, travestiti malamente da azioni contro i cattivi.

    Allo stesso modo sembrano ragionare molti paesi alleati degli USA, l’Italia su tutti, che ripetono come pappagalli le parole d’ordine diramate da Washington con il sostegno dei media compiacenti. Non deve stupire: le colpe di Washington sono le stesse colpe di Roma o Londra. Ecco allora che il tentativo di ridurre le rivelazioni a qualcosa di noto assume il sapore della censura, perché quello che emerge dai cablo e smentisce questa conclusione viene sistematicamente ignorato.

    Così alle opinioni pubbliche si propinano le opinioni delle ambasciate, evitando però di sottolineare l’emersione di fatti incontrovertibili e decisamente incompatibili con la narrazione americana degli ultimi decenni. Se l’ambasciatore che riferisce dello stile di vita di Berlusconi riprendendo i giornali italiani è acqua fresca, in quell’acqua i media allineati cercano di annegare l’attenzione dell’opinione pubblica, trascurando ben più solide rivelazioni.

    Non è un caso che sia passato quasi inosservato il cablo nel quale il ministero della signora Clinton ordinava ai diplomatici di raccogliere ogni genere d’informazione, comprese le impronte digitali e campioni del DNA, sui dignitari stranieri che incontrano. Ma se è passato inosservato agli occhi delle opinioni pubbliche, non si può dire lo stesso per le diplomazie, che ora si rifiutano d’incontrare gli inviati americani in presenza dei loro staff.

    Se n’è lamentato il vicepresidente Biden, ma anche il suo lamento ha avuto scarsa eco, perché è molto difficile convincere le opinioni pubbliche che è colpa di Wikileaks se i capi di stato stranieri non vogliono esporsi a questo tipo di spionaggio americano ed è ancora più difficile spiegare a cosa serve raccogliere impronte e DNA di ministri e capi di stato.

    Così come non è strano che sia passata inosservata la rivelazione per la quale furono gli Stati Uniti a ordinare all’Etiopia l’invasione della Somalia. Uno scherzo costato centomila vittime e due milioni di profughi, peggio dell’Afghanistan o come il Darfur, che però ha avuto una copertura mediatica senza paragoni, forse perché lì la guerra è stata scatenata e sostenuta dall’alleato confinante (il Ciad) contro un governo ostile e “islamico” è stata trasformata in una catastrofe umanitaria per colpa dei soliti musulmani cattivi. È bene ricordare che l’invasione etiope della Somalia fu presentata ufficialmente come un’iniziativa del governo etiope e che gli Stati Uniti finsero addirittura di criticarla, mentre bombardavano i somali per aiutare gli etiopi.

    Una terza guerra americana che ha avuto una tale copertura mediatica da non essere dibattuta nemmeno di striscio, sparita tra l’indifferenza e qualche balla. Mitico è il caso caso del Corriere della Sera, dove Magdi Allam scrisse che era sostenuta dall’Unione Africana il giorno stesso che l’UA diffondeva una dura condanna destinata a non raggiungere mai le opinioni pubbliche occidentali. Un fallimento totale, perché dopo due anni d’occupazione gli etiopi si sono ritirati e gli USA hanno promosso un governo tra l’UIC (Unione delle Comunità islamiche, che avevano preso il potere prima dell’attacco etiope) e i signori della guerra che Washington sponsorizza da anni.

    Solo che nel frattempo la resistenza nazionale all’invasione etiope ha dato vita a formazioni “islamiche” ancora più estremiste di quelle che si voleva cacciare. Un fallimento che non può essere considerato tale solo perché non se n’è accorto nessuno (somali a parte) o perché quei pochi che se ne sono accorti hanno preferito parlare d’altro o mentire secondo convenienza.

    Allo stesso modo non deve stupire che gli interventi americani in Yemen e Pakistan soffrano degli stessi vizi, con governi inetti e corrotti che permettono agli americani d’intervenire bombardando sul loro territorio cercando disperatamente di negare l’intervento agli occhi dei propri concittadini. Così come non deve stupire il sostegno a dittatori e sovrani assoluti in giro per il mondo, almeno fino a che si adeguano alle esistenze statunitensi e lo spietato cinismo con il quale la diplomazia americana ignora massacri e infrazioni dei diritti umani nei paesi che ritiene amici.

    Una tradizione che dura almeno dai tempi di Kissinger. Così i crimini di guerra del governo dello Sri Lanka non arrivano mai all’attenzione pubblica, nessuno discute dell’assistenza militare a spietate dittature, nemmeno quando gli Stati Uniti fanno i salti mortali e infrangono le loro stesse leggi per sostenere veri e propri criminali, come nel caso del dittatore del Ciad Deby, al quale gli Stati Uniti forniscono assistenza nonostante una legge americana proibisca il finanziamento dei paesi che impiegano i minori in guerra.

    Si potrebbe continuare a lungo con la lista delle ipocrisie e delle truffe che le amministrazioni statunitensi hanno propinato, soprattutto ai propri cittadini, negli ultimi anni. Siamo arrivati solo alla pubblicazione di una frazione dei cablo sottratti al segreto, ma già è chiaro che la loro pubblicazione sarà depotenziata secondo queste linee d’azione, fidando anche sul fatto che ben pochi governi avranno voglia di reagire con decisione a comportamenti che per lo più condividono.

    Non sarà certo la Gran Bretagna, che i cablo rivelano impegnata ad addestrare squadre della morte nel Sud-Est asiatico, a scagliare la prima pietra; è determinante per Londra il ruolo ancillare e l’evidente desiderio di andare a ruota degli americani, conquistando il ruolo di alleato privilegiato di Washington a costo di danneggiare l’Unione Europea per compiacere i cugini americani.

    E si può star certi che non sarà la dittatura egiziana a dare risonanza ai cablo che inguaiano Tel Aviv, così come ugualmente ritrose si sono rivelate la monarchia saudita e la dittatura clericale iraniana, che hanno preferito deplorare le rivelazioni, piuttosto che utilizzarne alcune ed esporsi così alla vergogna veicolata da altre.

    Se c’è una verità che emerge dalla (parziale) diffusione dei cablo americani, è la tragica visione d’insieme, che restituisce un mondo animato da governi lontanissimi dal rispetto della legalità nazionale e internazionale, un mondo nel quale gli Stati Uniti intervengono quasi ovunque a tutela dei propri interessi (soprattutto economici, arrivando senza problema a supportare le peggiori dittature criminali quando conviene.

    Un’immagine molto diversa da quella (già poco credibile) degli esportatori di democrazia, che restituisce una politica estera improvvisata, di volta in volta affidata a qualche geniale stratega, convinto che il fine giustifichi i mezzi (qualsiasi mezzo) , ma che proprio sui fini spesso sembra confusa, quando i fini non sono addirittura inconfessabili.

    Un’immagine dilettantesca e a tratti criminale, con gli Stati Uniti immersi fino al collo in relazioni e operazioni illecite, spesso intraprese senza alcun motivo apparente che non sia il mantenimento di un dominio e di un controllo che poi sono tali solo all’apparenza, visto che nonostante l’invadenza del Dipartimento di Stato e delle numerose agenzie, i simpatici alleati fanno comunque come credono in funzione dello loro rispettive agende interne.

    Quello che si evince dalla vicenda Wikileaks è che la prima e unica potenza planetaria non ha una politica estera, non agisce per promuovere la democrazia e i diritti umani, non rispetta le leggi, nemmeno le proprie. Sostiene e nutre spietate dittature, pratica costantemente il doppio standard con alleati e nemici e, quando è all’angolo, ricorre alla violenza o a metodi da mafiosi per uscirne. Proprio la vicenda Wikileaks conferma il ricorso a metodi da mafiosi, perché per danneggiare Wikileaks (che nessuno ha accusato di nulla d’illegale) il governo americano ha sollecitato l’intervento di numerose corporation che hanno negato i loro servizi a Wikileaks sulla base di una semplice adesione ai desideri di Washington.

    Peggio del peggio, bullismo dei peggiori unito al totale disprezzo della legge e della cultura giuridica moderna e a un’ipocrisia plateale; perché oggi tocca a Wikileaks e domani potrebbe toccare al New York Times o agli altri media, che pure hanno diffuso i cablo senza finire all’indice, che risulteranno sgraditi al governo perché ne esporranno crimini, errori od orrori. Oggi non si scandalizza nessuno, ma che direste se le banche chiudessero i conti a La Repubblica perché pubblica rivelazioni sgradite al governo italiano?

    Sì, il materiale pubblicato da Wikileaks è roba seria e le conseguenze della sua diffusione dovrebbero essere serie, se solo avessimo a che fare con classi dirigenti serie e responsabili, controllate da media indipendenti e sistemi giudiziari più sensibili alla regola della legge che ai desideri dei potenti.

    Putroppo non esiste niente di tutto questo e anche le opinioni pubbliche sono da tempo sedate e ridotte a pubblico televisivo, incapaci di giudicare questioni per le quali non sono preparate, preferiscono giudicare i leader (di quello si sentono capaci) come giudicano i personaggi televisivi. Per questo sono poche le persone che hanno un’idea di cosa ci sia nelle carte di Wikileaks, mentre sono tantissime quelle che esprimono giudizi a caso, preferibilmente sul suo portavoce Assange, o che sbrigano la questione abbracciando almeno uno dei punti di vista di Washington, di preferenza il “non c’è niente di nuovo nei cablo”, che da noi si traduce nel berlusconiano “è solo gossip”. La magica frase con al quale si liquidano gli scandali di Berlusconi, funziona benissimo anche per Wikileaks.

    Tanto i cablo non li legge nessuno, nemmeno i giornalisti nostrani, che ne riferiscono parzialmente cogliendo fior da fiore, solo dopo che qualche giornale straniero se n’è occupato. La maggior parte dei giornalisti italiani sono notoriamente allergici ai fatti, alle verifiche documentali e alla coerenza; ma per rendersene conto non serviva certo Wikileaks.


    Fonte: [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]


    LEO

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