Vajont è il nome del fiume che attraversa la valle dove è stata costruita la diga. Il nome vuol dire "va giù", "corre giù", a testimonianza del fatto che questa valle non è uguale alle altre e non a caso è stata scelta per la costruzione della diga. Il fiume ha scavato nell'arco dei secoli, una profondissima e ripida gola che poi sfocia proprio davanti a Longarone. Ecco gola e diga in lontananza viste dalla periferia di longarone.
Il disastro del Vajont fu causato da una frana staccatasi dal versante settentrionale del monte Toc il 9 ottobre 1963. Alle ore 22.39 di quel giorno, circa 270 milioni di m3 di roccia scivolarono, alla velocità di 30 metri al secondo, circa 110 km all'ora, nel bacino artificiale sottostante che conteneva 115 milioni di m3 d'acqua al momento del disastro.
Il bacino era creato dalla diga del Vajont, di tipo a doppio arco, la sua altezza era ed è di 264 metri (la quinta diga più alta del mondo) con un volume di 360.000 metri cubi e con un bacino massimo di 168,715 milioni di metri cubi. All'epoca della sua costruzione era la diga più alta al mondo. L'impatto con l'acqua generò tre onde: una si diresse verso l'alto, lambì le abitazioni di Casso e ricadendo sulla frana andò a scavare il bacino del laghetto di Massalezza; un'altra si diresse verso le sponde del lago e attraverso un'azione di dilavamento delle stesse distrusse alcune località in Comune di Erto-Casso e la terza (di circa 50 milioni di metri cubi di acqua), scavalcò il ciglio della diga che rimase intatta, ad eccezione del coronamento percorso dalla strada di circonvallazione che conduceva al versante sinistro del Vajont e precipitò nella stretta valle sottostante.
Nel settembre 1959 la costruzione della diga è ultimata: 261,60 metri di altezza; 190,15 metri di lunghezza al coronamento; 725,50 metri di quota del coronamento; 22,11 metri di spessore alla base; 3,40 metri di spessore alla sommità; 168 metri di corda in sommità; 360.000 metri cubi di calcestruzzo e 400.000 metri cubi di roccia asportata.
Il 4 novembre 1960 una frana di 700.000 metri cubi di roccia si stacca e cade nel bacino. In contemporanea alla frana, compare, sul Toc, una fessura lunga 2500 metri, a forma di M: è il profilo della frana del 9 ottobre 1963. Dopo la frana, Edoardo Semenza figlio del progettista, continua le sue indagini. Al Giudice Istruttore Mario Fabbri dirà: «In conclusione ritenevo che la massa instabile avesse una fronte di circa due chilometri di lunghezza, un volume di circa 250.000.000 di metri cubi e spessori variabili da 100 a 250 metri in media.»
Nel novembre 1960 si decide lo svaso fino a 600 metri e la costruzione di una galleria di sorpasso (by-pass) che colleghi, in caso di caduta della frana, i due bacini risultanti. Continuano le scosse sismiche.
Il 22 luglio 1963 il Sindaco di Erto telegrafa alla Prefettura di Udine ed all'ENEL di Venezia, richiedendo provvedimenti urgenti e segnalando i pericoli per «inspiegabili acque torbide lago, continui boati et tremiti terreno comunale». Non ottiene risposta.
Il 15 settembre 1963 sul Toc si apre una nuova fessura; si notano inclinazioni degli alberi, avvallamenti della strada di circonvallazione e l'accentuarsi della lunga fessurazione a forma di M che attraversa la montagna.
la sera del 7 ottobre 1963 viene dato ordine di far sgomberare il Toc. Degli operai trovano in una zona boscosa del lato sinistro del Monte Toc due fessure larghe un metro e lunghe circa dieci; durante la giornata se ne aprono altre; rotolano sassi, si sentono crepitii provenienti dalle viscere del monte.
Non in due tempi, bensì come corpo unico, compatto: 260 milioni di metri cubi di roccia. In quel momento il livello dell'acqua è a quota 700,42 m. s.l.m. L'onda, di 50 milioni di metri cubi, provocata dalla frana, si divide in due direzioni. Investe da una parte i villaggi di Frasein, San Martino, Col di Spesse, Patata, Il Cristo. Quindi arriva ai bordi di Casso e Pineda. Dall'altra parte, superando la diga, raggiunge Longarone, Codissago, Castellavazzo. Infine Villanova, Pirago, Faè, Rivalta, per poi defluire lungo il Piave. L'onda provoca 1917 morti: 1450 a Longarone, 109 a Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e 200 persone originarie di altri comuni, di cui la maggior parte lavoratori e tecnici della diga con le rispettive famiglie. Pochissimi i feriti. In tutta la zona l'unica opera umana che resiste, senza danni, all'onda è la diga.
La testimonianza dell’epoca di un dottore: "Era cessato il vento e persistevano violenti scuotimenti della terra, un rumore indefinibile molto forte, come di un tuono estivo, moltiplicato per cento (...) non appena si è verificato il colpo di vento ho sentito venire dal paese un urlo prolungato di più voci...".
La causa penale dura oltre 8 anni: vengono rinviati a giudizio 11 imputati; nel processo di primo grado, il PM chiede una condanna per 158 anni complessivi; il giudice afferma in sentenza che “la frana non esiste dal punto di vista giuridico...” e condanna, per il solo mancato allarme, 3 imputati per 12 anni complessivi; in sede di Appello la condanna è ridotta a complessivi 4 anni e 6 mesi; in sede di Cassazione viene ampliata la responsabilità e ridotta la pena a due soli imputati per un totale di 2 anni e 8 mesi. Causa Civile Intentata contro l’ENEL dal Comune di Erto e Casso e poi da quello di Vajont. Nel 2000, a 37 anni dalla catastrofe, la sentenza definitiva obbliga l'ENEL a pagare danni per 6.109.685 €. Tina Merlin, l'unica giornalista che ebbe il coraggio di scrivere del pericolo che incombeva, denunciata nel maggio del 59 dai carabinieri per "diffusione di notizie false e tendenziose, atte a turbare l'ordine pubblico".
« Si era dunque nel giusto quando, raccogliendo le preoccupazioni della popolazione, si denunciava l'esistenza di un sicuro pericolo costituito dalla formazione del lago. E il pericolo diventa sempre più incombente. Sul luogo della frana il terreno continua a cedere, si sente un impressionante rumore di terra e sassi che continuano a precipitare. E le larghe fenditure sul terreno che abbracciano una superficie di interi chilometri non possono rendere certo tranquilli ».
Nessuno scivolamento si produce da un minuto all'altro. Tale comportamento è impossibile per una montagna. Ogni scivolamento deve esordire in maniera lentissima. La gravità mette il fenomeno in movimento, la coesione e l'attrito frenano il movimento. Più grande è la massa che sta per cadere, maggiore è il tempo necessario per l'avvio dello scivolamento. Per i grandissimi scivolamenti la preparazione può durare decine oppure centinaia di anni. Anzitutto deve essere raggiunto l'equilibrio tra le forze gravitazionali dirette verso il basso da una parte e le forze resistenti dall'altra, ma anche a questo punto numerosi 'fili' devono ancora essere rotti perché la gravità prevalga. E tutto ciò si protrae per un certo tempo e per un certo numero di giorni; i 'fili' rimasti saranno rotti uno dopo l'altro finché la massa non precipita in qualche minuto con grande accelerazione verso valle.(prof. Albert Heim, 1932) Animazione Vajont rockslide
VAJONT. Parte 1. La costruzione della diga e il disastro del 9 ottobre 1963
VAJONT. Parte 2. La tragedia, i giorni dopo, la ricostruzione
VAJONT. Parte 3. I luoghi della memoria
Le avvisaglie
Moltissimi indizi potevano scongiurare la tragedia che è avvenuta a Longarone. Guardate questa foto: è il 4 novembre 1960 e lago del Vajont è al suo massimo storico. 700 mila metri cubi di terra franano (dal punto 2) nel bacino creando una ondata che oltrepassò la diga senza fare danni.
La zona Ecco un pò di cartografia per capire com'è fatta la zona e che punti ha interessato. Cliccando [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link] possiamo vedere la diga al centro della cartina, e segnato in azzurro la propagazione dell'acqua nelle varie direzioni.
Guardando questa [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link] si può capire meglio la proporzione degli eventi. In azzurro com'era il lago prima della frana. In rosa la zona da cui si è staccata la massa di terra e pietra. In bianco la zona che occupa oggi tutta la terra caduta nell'invaso.
Un sunto dello speciale trasmesso du History Channel il 10 ottobre 2008 in occasione del 45° anniversario
«Fu un evento drammatico, che commosse il mondo intero per la sua singolarità e l’ampiezza delle conseguenze ».
A conclusione di questo lunghissimo post volevo ricordare ancora le persone scomparse quella notte del 6 ottobre 1963. Penso che nessuno potrà mai dimenticare questa immane tragedia causata dalla natura con la fortissima complicità dell'uomo. Nessuno potrà mai dimenticarla anche perchè a testimonianza del fatto c'è la più grande lapide che mente umana potesse concepire. Una lapide di cemento alta 246 metri che si erge proprio davanti a Longarone e che perlomeno una utilità ora ce l'ha.